Udinese Milan

UDINESE – MILAN

 

Ue e je le giornade.

 

E …… venne il giorno.

 

 

 

Domenica, domenica Udinese Milan loro 39 punti noi 35, se vinciamo lo scudetto è nostro.

 

“Claudio vammi a prendere un quartino di vin puglia, vai al bar Al Ponte e che nessuno ti veda”, così la nonna poteva soddisfare la sua piccola esigenza d’un quartino di vino, prima delle ore 19, prima che la famiglia si riunisse per la cena.

Ma quei giorni prima di Udinese Milan la nonna non mi mandava ed io quasi imploravo questa richiesta, erano le ore dei commenti, gli uomini parlavano nei bar, nelle osterie di calcio ed, in quei giorni parlavano di Udinese Milan.

Volevo sentirli, volevo i loro commenti ed allora nonna : “vado a prenderti il vin puglia” e lei con il suo dolcissimo sorriso “si si vai e mi raccomando che nessuno ti veda”.

In quelle sere il bar era un mondo diverso, diverso da sempre, tutto era diverso gli avventori, i titolari, i camerieri e soprattutto l’ambiente, vedevo ciò che non avevo mai visto, sentivo ciò che mai avevo sentito.

Come da una misteriosa radio, da autorevoli microfoni le parole scendevano verso me

Come sempre c’erano gli scettici, i pessimisti ed evviva gli ottimisti, ma in quei giorni, nei giorni di Udinese Milan c’erano solo gli ottimisti.

“Un bicchiere di vino al bambino, devi brindare anche tu, domenica si vince” così mi parlavano gli uomini ed ero felice, mi permettevano d’ascoltare i loro commenti, le previsioni gli sfottò al Milan.

“Hai visto quella automobile targata Milano, in questi giorni non c’è, sanno che l’aria del Friuli non fa per loro, domenica cinque gli facciamo cinque gol”, “ si si due Bettini, uno Selmonson, uno Menegotti e questa volta segna anche Gastaldo ed a loro gli lasciamo uno, la consolazione uno al pompierone Nordhal.

Nel mezzo dei discorsi gli intenditori, gli analisti che descrivevano la partita anche nei minimi particolari ed, incantato li ascoltavo: prevedevano le formazionile tattiche i risultati, citando i giornali Gazzetta

 

 

dello Sport, Tuttosport e Messagero di Udine, in quei giorni i commenti erano collaborativi e non critici.

Ad un certo punto prendeva la parola lui, il vecchio calciatore che per un anno aveva giocato tra le riserve dell’Udinese e poi militato per alcuni anni in serie B.

Lui era la voce del bar dell’osteria, parlava poco ma con conoscenza ed in quei giorni al fatidico un tajut par duc ( un bicchiere di vino per tutti ) ;

un brindisi, un brindisi per l’Udinese, iniziava: “ciò che ha fatto fin qui ha del

miracoloso ma domenica potrebbe essere la realtà d’un passaggio da una

squadra di provincia, una squadra che lottava per salvarsi ad una squadra che sta scrivendo e potrà scrivere delle pagine importanti nella storia del

calcio italiano.

Non so quanto, non so come ma domenica si vince.”

Prendo velocemente il quartino di puglia della nonna e corro felice a casa, giuntovi  bacio mia nonna.

Pur bambino erano anni che i miei genitori mi portavano allo stadio “Moretti”,

ed il maestro Mizza, il terribile maestro Mizza uomo grande e grosso dall’inflessibile disciplina teneva in buona considerazione le mie opinioni, scambiando con me delle parole, ma anche tra noi quelli non erano giorni di opinioni ma solo di entusiasmi.

La domenica si avvicinava, le finestre imbandierate si moltiplicavano, a Udine si respirava calcio, si viveva calcio, era un continuo brindare ai buoni auguri, alle grandi speranze, alle volitive certezze.

 

Nelle bocche di tutti echeggiavano i nomi degli undici profeti, si temeva per Selmonson un po’ infortunato ma sicuri che la domenica sarebbe stato in campo.

I bar e le Osterie storiche “Sbarco dei pirati”, “bar Al Tempio” e via via, erano continuamente visitati già da giorni. Con un pretesto, una scusa e soprattutto una curiosa voglia di partecipare la provincia si riversava su Udine: “femine oh ai di viodi une robe a Udin” (moglie deve vedere una cosa a Udine). Le donne come quasi sempre sapevano ed, accompagnavano i loro uomini verso un nuovo Friuli,

un Friuli che anche grazie all’Udinese poteva far conoscere all’Italia una realtà taciuta per anni, una realtà che ci relegava ad un provincialismo ad un misconoscimento che non ci meritavamo ed, anche le nostre donne non volevano.

Il giorno s’avvicinava guardavo i mandorli, gli alberi fioriti, erano tempi che i fiori avrebbero dovuto lasciare il posto all’iniziare dei frutti, del loro crescere ed invece i meravigliosi fiori erano ancora li, sembravano attendessero Domenica Primo maggio Millenovecentocinquantacinque.

Ed il giorno venne, domenica d’uno maggio ore zero sei ed il silenzio avvolge Udine, ore zero otto scendo dalla mia casa un raggiante sole mi illumina cammino nelle vie silenzi e speranze m’avvicinano, ore nove improvviso assordante entusiasmante un grido s’alza, le vie moltiplicano le persone, la provincia è in città, Udine sta vivendo “IL GIORNO”.

 

 

Mandi mandi, “si viodin al Moret”, (“ci vediamo al Moretti”), “ma cumu par fuarce bevin un tajut”, (“ma adesso per forza beviamo un bicchiere”), si comincia presto si finirà tardi tardi nella più viva tradizione friulano. Bar osterie ritrovi si sono moltiplicati e, la strada è una grande ospite. Il Milan è li all’albergo Astoria ed il tifo già lo confonde, lo frastorna i giocatori guardano dalle finestre dell’albergo per immaginarsi ciò che non sarebbero mai riuscito ad immaginarsi.

Mister Puricelli li riunisce, li incita “ci giochiamo un pezzo importante  delle nostre possibilità di scudetto”, i giocatori lo ascoltano ma, fuori dalle rincuoranti mura dell’albergo si sentono attesi si da una forte da tempo imbattuta squadra come l’Udinese e, sentono che a volerli abbattere è il popolo del Friuli.

I nomi dei giocatori del Milan sono grandi, altisonanti, fanno paura solo a nominarli, ma Udi-nè, Udi-nè è un urlo che raggiunge il cielo e ne ridiscende

ammantato di deità. E’ un vessillo che vola libero ove l’aria si è alleata.

E’ la bandiera del cuore, i colori bianconeri dipinti negli occhi d’una fede che si chiama Udinese.

Mister Puricelli detta formazione, ruoli ma per la prima volta legge in quegli occhi vincenti un timore che nessuno conosceva, un timore rispettoso verso un popolo, un paese, una città, una squadra.

 

 

La mia carovana famigliare iniziò presto ad inviarsi per raggiungere il Moretti, inizio babbo Bepi poliziotto, ex quattrocentista di buon valore partecipò alle prime fasi di selezioni olimpiche e calciatore dell’Azzurra di Remanzacco campionato quarta serie, rigorosamente di servizio per la sicurezza dello stadio.

Poi lo zio Enrico, affezionato della gradinata ed anche lui buon calciatore avendo giocato nella serie “C” ed infine mamma Elvira con me al suo braccio.

Si andava a piedi, Udine era tinteggiata di bianconero, sembravano quadri del Botticelli, dipinte stampe del Caravaggio mirabili invenzioni di Leonardo da Vinci.

I cori continui e presenti, ispirati all’Aida di Verdi ed al romantico Puccini.Le mani tese lancianti frecce verso il cuore, verso il punto d’arrivo, il punto d’incontro, il punto ove “IL GIORNO” avrebbe vissuto la storia, lo STADIO MORETTI.

Cominciato il tragitto a braccio della mamma, l’abbiamo finito con lei dietro trainata da una forza come sette buoi uniti.

E …finalmente siamo entrati mancava circa un’ora all’inizio della partita.

 

 

Si si eravamo al Moretti, ma ma uno spettacolo mai visto si presentò ai nostri occhi: la gente era un popolo, era il Friuli che s’era riunito, innocenti tra le tribune ed il campo di gioco, alzate le gradinate, rinforzata la curva ovest, inventata la curva est mai esistita e … venticinque, ventotto, trentamila persone; guardai verso la cupola della chiesa del Tempio Ossario dedicata ai caduti delle due guerre, dominante la zona, c’erano persone anche la, forse sacerdoti, novizi ma vicini vicini come angeli le cui ali s’erano volte verso il campo di gioco a protezione dei giocatori dell’Udinese.

Benedetto disordine degli anni della rinascita, degli anni vicini alla guerra pur lontanissimi, degli anni d’una libertà, forse sregolata, forse frenetica ma che sapeva di ricerca, di voglia, di gioia di libertà.

Ed allora i bimbi dentro il campo, all’inglese, vicini alle inferriate divisorie, d’avanti un’invisibile ostacolo che nessuno si sarebbe neppur sognato d’oltrepassare.

E …ti aspetti una attesa spasmodica, isterica invettiva ma no , non era così.

Un meraviglioso sole allietava la giornata, canti, grida ed urli erano di gioia, di felicità il Friuli viveva il suo giorno come era nelle sue abitudini, di buoni

 

 

lavoratori, che alla riflessione, la pazienza e l’impegno avevano affidato i loro destini e che quell’Udinese del 54/55 li rappresentava.

Dall’alto un rumore conosciuto aspettato “l’aereo”, il piccolo aereo (detto cicogna) partito dal vicino aereo porto   di Campoformido viene a lanciare con il paracadute il pallone della partita, applausi e il pallone lentamente plana, raggiunge il centro del campo ed un primo boato s’alza al cielo.

Un boato che si ripercuote negli spogliatoi, un boato da brividi per i giocatori del Milan, un boato da sangue ed arena per i giocatori dell’Udinese.

 

Milan Buffon, Silvestri, Zagatti, Beraldo, Maldini, Fontana, Vicariotto, Schiaffino, Nordahl, Liedhom, Frignani,  allenatore Ettore Puricelli, così grida l’autoparlante ed alla fine rispettosi applausi.

Poi Udinese ed a stento senti il nome di Romano poi è come se mille trentamila microfoni inneggiassero Zorzi, Dell’Innocenti, Snidero, Pinardi, Magli, Castaldo, Menegotti, Bettini, Selmonson, La Forgia, allenatore Peppino Bigogno ed un rombo di tuono s’alza al cielo, trentamila voci all’unisono.

 

 

Le squadre entrano in campo s’innalzano migliaia di bandiere trentamila voci a gola libera urlano Udinese, Udinese, trema la terra, sbiancano i giocatori del Milan abituati a mille battaglie, a mille stadi, ma sorpresi dallo stadio del cuore.

Gli attimi  prima della partita, le strette di mano tra capitani, tra arbitri gli scambi dei gagliardetti, sono accompagnati da tigri, assetate di vittoria, la forza è negli occhi dei friulani e inaspettatamente non in quelli dei milanisti.

Cacio d’inizio e comincia la partita, inizia “IL GIORNO”.

Primi sei minuti Magli con un po’ di sufficienza si fa predare il pallone da Nordhal che entra in area ma allunga un po’ troppo la sfera, Romano esce prontamente sui suoi piedi, fa sua la palla e Nordhal lo colpisce maldestramente al volto.

Sono li a pochi metri vedo chiaramente il tutto, ancor oggi mi chiedo come è successo? Un Milan impaurito, era già in crisi di risultati, la forza del tifo bianconero sicuramente le aveva tolto le ultime sicurezze,  uno scudetto già vinto che poteva sfuggirgli, già nell’andata l’Udinese sotto di due gol l’aveva raggiunto ed ora non perdeva più, mancavano 5 gare alla fine e per il Milan erano impegni difficili, così Nordhal un campionissimo si prestò al più goffo degli interventi.

 

Non guardavo più la partita, guardavo solo Romano, con una mano assicurava, con l’altra s’appoggiava al palo, prima a quello di sinistra, poi barcollando a quello di destra ed infine s’accasciava a terra nel silenzio dello stadio, in uno dei

più freddi silenzi della mia vita.

Intervengono i sanitari Romano trasportato fuori Magli in porta, non esistevano le sostituzioni.

I miei occhi da Romano a Nordhal, un campione corretto esemplare e pure in quel giorno non potevo credergli. Gli angeli dalla cupola della chiesa del Tempio Ossario vegliavano, sapevano e forse fu così che al quarantesimo del primo tempo ancora sullo zero a zero Nordhal il capocannoniere si presento solo davanti all’improvvisato portiere Magli e tirò debolmente sui piedi dell’udinese.

L’Udinese in dieci resistette tutto il primo tempo e sullo zero a zero si cominciò il secondo.

Che successe tra il primo ed il secondo tempo non lo sapremo mai, rimarrà un segreto del calcio.

 

 

 

Possiamo ipotizzare che i giocatori dell’Udinese sapevano del sicuro rientro di Romano da li a poco, tranquillizzati per la sua salute e, la parità numerica in campo. Forti della crescente convinzione d’un popolo che credeva in loro, in quel miracolo sempre più vicino.

I Milanisti avevano sentito un tifo fatto di convinzioni, consapevolezza, con un primo tempo che aveva detto chi erano i più forti in campo.

A questo punto i Buffon gli Schiaffino i Nordhal i Lidhom  si trovarono di fronte ad un pulsante cuore che innalza le zebrette  e così meraviglia del fato dopo cinque minuti del secondo tempo Udinese 2 Milan zero in una apoteosi da leggenda. Goal di Menegotti l’ex, con un preciso tiro da fuori area e, prodezza di Bettini entro l’area.

Il Milan da grande squadra reagisce l’ala destra Vicariotto accorcia 2 a uno.

Ma dopo pochi minuti il boato liberatorio, rientra Romano tra applausi e lacrime di felice commozione, si torna undici contro undici. Undici tigri ed i campioni sembrano agnelli sacrificali.

Il quasi immediato gol di La Forgia è il gol di un popolo, d’un trionfo descritto da giorni, d’una vittoria che cambiò la storia della società calcio udinese.

 

 

Si dice per dovere di cronaca che a poco dalla fine Schiaffino, l’eroe del Maracanà, uno dei più grandi giocatori della storia  campione del mondo nel 1950, fa il tre a due, ma si dice per dovere di cronaca.

Ed allora triplice fischio, il primo a dire che è finita, il secondo a decretare il trionfo, il terzo ad iniziare la festa.

Tanti in campo, alcuni ad assaporare l’erba a sentirne le sensazioni, altri a guardare il cielo  di quel fantastico pomeriggio, ed i più ad abbracciare i giocatori, tecnici dirigenti, le braccia come ali per far volare i campioni di quel giorno, del Giorno.

Li sollevano, li portano verso gli spogliatoi, ma no li riportano verso il campo, mentre il popolo rimasto nelle tribune, le gradinate, le curve continua ad applaudire al ritmo d’un Walzer mai scritto, la cui melodia si confonde con il sole, s’irradia d’un canto che sale al cielo, un canto di due parole di migliaia di note Udin, Udin.

Lo stadio Moretti è un armonioso quadro, dipinto da invisibili mani, dipinto che nessuno vorrebbe lasciare, ma la città ci aspetta Udine ci vuole, la nelle sue piazze, nelle sue osterie, nei suoi bar, nei suoi ritrovi e come richiamati da un invincibile Cesare il Moretti si svuota così all’improvviso  e Udine si riempie di

 

felicità, di gioia di mille parole, che unite salgono come uragano verso il cielo, come fragore verso il mondo a dire “Udine l’Udinese sono parte della storia del calcio.”

Il rientro alle proprie case è una accomunante sensazione, c’ero, io c’ero in quel meraviglioso pomeriggio, in quel liberante pomeriggio, che sa di calcio, di sport, che sa d’attimi indimenticabili, preziosi, gemme scolpite tra la timidezza d’un trionfo.

 

 

 

 

 

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